LA BAMBINA INTERIORE
- Anna Farinato
- 21 apr
- Tempo di lettura: 5 min
QUANDO INCONTRARE LA BAMBINA INTERIORE TRAUMATIZZATA DIVENTA UN ATTO ARTISTICO TRA PSICOTERAPIA IPNOTICA E MASSAGGIO DEL CORPO


Nella mia pratica clinica ho avuto il privilegio di assistere, grazie alla fiducia delle persone che mi affidano i loro racconti e le loro emozioni, a veri e propri atti artistici e psicoterapeutici:
processi di crescita, evoluzioni profonde, trasformazioni interiori che spesso mi hanno lasciata sorpresa e, al tempo stesso, profondamente grata.
Osservare da così vicino l’universo emotivo – inconsapevole, invisibile eppure potentissimo – dell’essere umano significa entrare in contatto con le sue evoluzioni e le sue involuzioni, con le sue creazioni, i suoi traumi, i suoi dolori, i suoi inciampi, ma anche con i suoi slanci, i suoi voli e le sue possibilità di rinascita.
Quello di ieri, per me, è stato un evento straordinario. Fuori dall’ordinario.
La paziente di cui vi parlerò, che chiamerò CIA, è una donna per la quale nutro una profonda stima. Possiede una notevole capacità logica, una grande competenza dialettica e una straordinaria abilità nel descrivere il proprio mondo interno attraverso fatti, azioni, deduzioni e ipotesi. In lei ho sempre incontrato una lucidità di pensiero affascinante.
Eppure, nel mio lavoro, so quanto sia raro incontrare una tale lucidità accompagnata da dolori emotivi così intensi.
CIA, fin da bambina, ha attraversato esperienze profondamente traumatiche: perdite significative, invasioni dei propri confini da parte di adulti non sufficientemente protettivi, una precoce esposizione a dinamiche relazionali in cui è stata costretta a prendersi cura, ad adattarsi, a sopravvivere. Ha accudito, ha sognato, ha resistito.
E, in un certo senso, si è salvata: è diventata un’adulta capace, competente, funzionale.
Ma dentro di sé porta ancora una bambina spaventata, addolorata, nascosta, spesso difficile da raggiungere e da comprendere.
Il percorso per incontrare quella bambina interiore è iniziato molti mesi fa. E, come psicoterapeuta, non sapevo se saremmo mai riuscite davvero a contattarla. CIA, pur affidandosi profondamente alla relazione terapeutica, portava alla memoria nuovi scenari, nuovi dolori, nuovi frammenti di trauma: ricordi troppo intensi per essere integrati in una narrazione coerente.
Frammenti, appunto. Non ancora storia.
Mancava ancora quella possibilità di tenere insieme tutto: lo scempio, l’invasione, la mancanza di rispetto, e al tempo stesso l’amore per quegli adulti così presenti e così trascuranti.
Ma ieri è accaduto qualcosa di straordinario.
Con CIA ci siamo recate nell’accogliente studio di Elisa, colei che, con sensibilità e intuizione, ha proposto il massaggio come parte integrante del lavoro. In quello spazio protetto, caldo, quasi sospeso, si è creato un setting in cui mente e corpo potevano finalmente dialogare senza difese e senza fretta.
Mentre io accompagnavo CIA nell’induzione ipnotica, il suo corpo veniva massaggiato con cura e competenza. Quel tocco, rispettoso e presente, è diventato qualcosa di più di una semplice tecnica: ha rappresentato un vero e proprio portale.
Un portale che ha permesso a CIA di lasciarsi andare, contemporaneamente, nel corpo e nella mente. Da un lato, favorendo uno stato ipnotico profondo; dall’altro, offrendo un ancoraggio costante nel presente, nel qui ed ora. Un filo che non si spezzava, mentre si avvicinava a territori interni antichi e dolorosi.
Anch’io mi sono preparata con cura a quel momento. Ho tolto le scarpe e le calze, per sentire meglio il contatto con la terra, per radicarmi, per esserci pienamente. Ho lasciato che il mio corpo diventasse uno strumento, prima ancora della mia voce.
Ho iniziato a respirare all’unisono con CIA, cercando una risonanza profonda, non solo tecnica ma emotiva. Ho preso delicatamente la sua testa tra le mani, accompagnando il ritmo del respiro, sostenendolo, rendendolo più lento, più ampio, più sicuro. Quel contatto è diventato un ponte: tra me e lei, tra il presente e il passato, tra il controllo e l’abbandono.
La mia attenzione è rimasta costantemente ancorata al respiro e alla sua capacità di mantenere una doppia consapevolezza: essere lì, nel qui ed ora, e allo stesso tempo avvicinarsi a ciò che era stato.
CIA ha attraversato momenti di abreazione [scarica emotiva liberatoria che permette di rivivere un trauma o un'esperienza dolorosa, spesso repressa, liberando l'individuo dalla carica affettiva patogena ad essa legata] molto potenti. Il corpo si è scosso, attraversato da ondate emotive intense, come se ciò che per anni era rimasto trattenuto trovasse finalmente una via di espressione. In questi momenti il tocco è stato quello della stimolazione bilaterale, dell’EMDR che favorisce l’elaborazione di eventi traumatici.
E, accanto a questi movimenti profondi, sono emersi anche momenti di calma. Di quiete. Di una serenità nuova, forse mai sperimentata prima in relazione a quei vissuti.
Era come assistere a un’opera in divenire: il dolore che prende forma, si muove, si trasforma.
Un atto, profondamente terapeutico.
Un atto, inevitabilmente, anche artistico.
In quello stato profondo, sospeso tra presenza e memoria, è avvenuto l’incontro.
Un incontro che posso restituire solo a sommi capi, perché sarà CIA, se e quando lo vorrà, a dare parole più precise a ciò che è accaduto dentro di lei.
La bambina interiore è emersa lentamente, con fatica. Non era immediatamente visibile, come se fosse nascosta in una profondità fatta di tristezza densa, quasi immobile. CIA ha dovuto cercarla, avvicinarsi con cautela, attraversando un senso di dubbio, di incertezza.
E quando finalmente l’ha trovata, ciò che si è mostrato non era un’immagine rassicurante.
Intorno non c’era nulla.
Nessun luogo definito, nessun contesto che potesse contenere o orientare. Solo uno spazio vuoto, sospeso, abitato da una tristezza profonda e silenziosa.
Accanto a quella bambina ferita e sconsolata, tuttavia, vi era una presenza: quella di uno zio caro a CIA. Una figura significativa, che in qualche modo era rimasta lì, a fare compagnia a quella parte così vulnerabile, come un testimone affettivo, discreto ma presente.
E in quel momento, qualcosa di importante è accaduto.
CIA, nel suo stato adulto e consapevole, ha dovuto rivolgersi a quello zio, rassicurarlo. Come se fosse necessario ridefinire i ruoli, ristabilire un ordine interno: da quel momento, sarebbe stata lei a prendersi cura della sua bambina.
Un passaggio delicato, ma profondamente trasformativo.
Non più delegare, non più aspettare.
Ma assumersi, con presenza e responsabilità emotiva, il compito della cura.
Ciò che è accaduto in quella stanza non è stato solo un passaggio terapeutico.
È stato un incontro.
Un incontro tra tempi diversi, tra parti lontane, tra un dolore antico e una presenza nuova, finalmente capace di sostenerlo senza esserne travolta.
In quel dialogo silenzioso tra corpo e mente, tra tocco e parola, tra respiro e memoria, ho potuto assistere a qualcosa che, ogni volta, continua a sorprendermi: la possibilità umana di trasformare ciò che è stato ferita in qualcosa che può essere visto, sentito, attraversato.
Non cancellato. Non negato.
Ma accolto.
E forse è proprio qui che la psicoterapia, in alcuni momenti, si avvicina all’arte.
Perché richiede presenza, sensibilità, capacità di stare nell’incerto, di lasciar emergere senza forzare, di dare forma a ciò che non ha ancora parole.
E in quell’atto, profondamente umano, accade qualcosa di raro:
una parte di sé, rimasta sola troppo a lungo, smette di esserlo.
E trova, finalmente, qualcuno che la vede.
Anna Farinato




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